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17 novembre, 2018

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I vivi, i morti e gli immortali (del soft air)

I vivi, i morti e gli immortali (del soft air)

Il soft air è morto? È la domanda che si pone – e a cui si propone di rispondere – l’editoriale del centesimo numero di Soft Air Dynamics. Titolo:

I vivi, i morti e gli immortali

Da quando il nostro editore ha deciso di trasformare Soft Air Dynamics in una realtà multimediale, ci siamo dati come regola quella di ridurre al minimo le “chiacchiere”, pertanto abbiamo stabilito di non pubblicare più l’editoriale, o piuttosto di farlo in occasioni speciali, così speciali da obbligarci a spiegare ai lettori cosa stiamo facendo e perché.

L’ultimo editoriale risale al numero 71, uscito nel giugno del 2015. Fu scritto proprio per informare il pubblico che la nostra testata compiva un balzo di qualità, evolveva la propria struttura in senso crossmediale, integrando sinergicamente il mensile cartaceo con un complesso di mezzi informativi principalmente basato sul web.

A distanza di tre anni e ventinove numeri da quel passaggio, ora che sulla copertina scintilla gloriosamente un bel “100”, ci sembra opportuno ritrovarci qui, nello spazio che ha sempre dato voce alla direzione editoriale e giornalistica di Soft Air Dynamics, per fare un breve bilancio del percorso compiuto, ma anche per riflettere su quanto è avvenuto nel nostro settore.

Diciamo innanzitutto che in questi trentasei lunghi e appassionanti mesi, se dal canto nostro ci siamo ben guardati dal perderci in chiacchiere, badando soprattutto alla sostanza dell’informazione, nel mondo del soft air italiano sono stati in tanti, troppi, a riempirsi la bocca di parole, parole… qualcuno al punto di soffocare.

Tra le amenità più fatue, incredibili e spassose che abbiamo udito o letto, quella secondo cui Soft Air Dynamics avrebbe presto chiuso i battenti. A decretare la morte della nostra rivista, secondo i “guru” più accreditati e i loro gregari, sarebbe stata la nostra arroganza, il nostro modo ruvido e poco diplomatico di confrontarci col pubblico in rete – specialmente sui social – nonché la nostra “scorrettezza politica”, difetti imperdonabili che ci avrebbero tirato addosso l’odio e il discredito di tutti per lasciarci infine soli e abbandonati come la piccola fiammiferaia di Hans Christian Andersen. Non si peritavano di capire, questi fini analisti – o piuttosto fingevano di non capire – che la nostra presunta mancanza di tatto altro non era (e non è) che franchezza, schiettezza, trasparenza. Il nostro pubblico ci ama perché sa perfettamente che il coraggio con cui siamo abituati a dire ciò che pensiamo è garanzia di onestà e verità in tutto quello che realizziamo, a cominciare dal nostro prodotto editoriale; noi, per intenderci, non facciamo sviolinate per vendere qualche copia in più! Sarà quindi un caso che la nostra pagina Facebook sia la più seguita tra quelle di soft air in lingua italiana?

Bene, noi siamo ancora qui, “scorretti” e “cattivi” più che mai. A morire – in senso figurato, s’intende – sono stati invece i nostri detrattori: i “guru”, le prime donne, i paladini del “vero soft air” e tutti i rosiconi che auspicavano la nostra fine perché sotto sotto bramavano di stare nelle nostre scarpe. Gruppi nati per aggregare gli hater di Soft Air Dynamics su Facebook, forum più rumorosi e turbolenti di raduni antagonisti, blog di sedicenti esperti con inconfessabili scopi di lucro… che fine ha fatto tutto questo? Nessuno risponde… il silenzio è calato funereo dove prima echeggiavano grida, moniti e proclami… E la concorrenza? Le testate rivali avvicendatesi nel tempo in un girotondo di annunci, sfide, rettifiche, appelli? Morte anch’esse… o nate morte… o mai nate…

Sia chiaro: non ci rende felici questo immane sfacelo; al contrario, ci amareggia moltissimo, perché purtroppo è il segno di quell’inconsistenza di fondo – culturale, sportiva, etica – che da sempre tarpa le ali al soft air italiano e di cui oggi in molti rischiano di pagare lo scotto.

Il mondo è cambiato, ve ne siete accorti? È bastato qualche anno perché accadesse. È cambiata la società, sono cambiati i gusti, ed è cambiato il soft air. Meglio: sono cambiati gli impulsi che spingono le persone ad acquistare ASG e gli scopi per cui le usano. Chi lo ha capito e si è adattato è rimasto “sul pezzo”, chi non l’ha capito è scivolato ai margini del fenomeno per poi sparire di scena.

Ok, direte voi, ma cosa s’intende per soft air? Fino a ieri, con questa espressione si designava fondamentalmente un gioco di squadra a eliminazione basato sull’impiego delle ASG come marcatori. Attorno a questo concetto e alle sue molteplici varianti sono nati i club e le aggregazioni di club – comitati, coordinamenti, federazioni o pseudo-tali – sodalizi di appassionati che poi sono divenuti la spina dorsale di questo mondo ludico, associazioni per lo più senza scopo di lucro la cui costituzione o la cui frequentazione in qualità di associati ha rappresentato per quasi trent’anni il passaggio obbligato per chiunque volesse partecipare ai game.

Si badi: non associazioni sportive come quelle che gestiscono le attività tennistiche, il nuoto, le arti marziali, la vela e via dicendo, ma sostanzialmente gruppi di amici fortemente coesi e gerarchizzati – in pratica dei clan – con propri leader più o meno carismatici, proprie simbologie, propri riti d’appartenenza e talvolta di affiliazione. Realtà come queste hanno preteso di trasformare il soft air in uno sport, ovviamente senza riuscirci, non solo per il diffuso e mai risolto problema degli “highlander” – i giocatori “immortali” che non si dichiarano quando colpiti – ma perché il vero sport è qualcosa di assolutamente lontano da questo modo di vivere la socialità. Tuttavia, fintanto che le istituzioni sportive ci hanno ignorato (ricordandosi di noi solo per venderci polizze assicurative) e i potenziali neofiti non hanno desiderato altro che sperimentare il gioco d’immedesimazione militaresca coltivato dai club, la festa è andata avanti. Poi tutto è cambiato.

Oggi, nell’era in cui ogni cosa viene inventata, prodotta, consumata e rimpiazzata a ritmi vorticosi – dal cibo alla musica, dall’informazione agli svaghi – la gente non ha voglia di seguire percorsi “iniziatici” in cui la pratica di un’attività all’aria aperta diventa una sorta di esercizio identitario. La gente ha voglia di svagarsi, subito, spensieratamente, con qualcosa che non richieda un training eccessivamente complesso, per poi tornare a casa e pensare ad altro. È così che il combat classico, basato sulla ferrea appartenenza a una squadra sociale, è andato via via riducendosi a una porzione del fenomeno soft air, che invece, almeno nei suoi riscontri di mercato, risulta in gran parte costituto da singoli praticanti, per lo più saltuari, che vogliono giocare senza farsi irregimentare, senza complicarsi la vita, per cui si ritrovano in piccole comitive di amici sui campi di rental per giocare a speedy combat o su terreni privati per scambiarsi qualche pallino la domenica, praticano il plinking domestico oppure, laddove possibile, il tiro alla targa o quello dinamico d’ispirazione IDPA. Gente “normale”, insomma, non particolarmente interessata alla cultura militare: padri e figli, coppie, colleghi d’ufficio, compagni di classe, signori attempati, ragazzini. Non si tratta di un modo migliore o peggiore d’intendere il soft air, semplicemente di un modo diverso. Ecco quindi che oggi possiamo definire il soft air come l’uso delle ASG a scopo sportivo e/o ludico, niente di più.

Ora, di fronte a tali mutamenti, il mondo associazionistico di vecchio stampo ha storto il naso, si è irrigidito, ha rigettato il nuovo scegliendo di chiudersi in una sorta di altero isolamento autoreferenziale, e questo, insieme alle insanabili rivalità e discordie che oggi più che mai lo lacerano all’interno, inevitabilmente l’ha condannato all’irrilevanza. Non è un caso che il CONI, al momento di aggiornare l’elenco degli sport riconosciuti, si sia ben guardato dal consultare le associazioni di soft air e abbia unilateralmente formulato la fantomatica definizione di “Arma Air Soft” – che non significa nulla e che tra l’altro si scontra con quella di “softair” fissata dalla legge dello Stato – collocandola tra le discipline del Tiro Dinamico Sportivo.

Insomma, il mondo dei club ha perso totalmente potere contrattuale, sia rispetto alle istituzioni che al mercato, e vien da ridere per non piangere quando ci s’imbatte in discussioni come quella appena aperta in un forum web un tempo molto attivo, in cui ci si chiede perché il soft air sia “in declino”. No, cari amici, il soft air non è in declino, è il vostro modo d’intenderlo ad essere inesorabilmente tramontato, e siete stati voi a farlo tramontare.

Chi conta adesso nel mondo del soft air? Conta una vasta categoria di utenti non ancora consapevole della propria forza, ma consapevolissima di ciò che vuole: divertirsi senza “tirarsela”.

About The Author

è l'unica rivista mensile a diffusione nazionale interamente dedicata allo "sport del 21° secolo": il soft air, gioco di squadra che riunisce in sé le discipline del combattimento a fuoco simulato.

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