21 Settembre, 2019

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La rinascita di un softgunner dall’abisso del “blablabla”

La rinascita di un softgunner dall’abisso del “blablabla”

Riceviamo questa lettera da un lettore di Senago (Mi) – nickname Rocket – che ha voluto raccontarci la sua sofferta esperienza umana e di softgunner, nella quale si sono sommati problemi di salute a delusioni e tradimenti da parte di falsi amici, vicenda che tuttavia, per fortuna, è giunta a una svolta felice grazie all’incontro con un club di persone generose e per bene.

Scrivo questa lettera per raccontarvi una vicenda nel mondo del softair che mi ha colpito e mi sta attualmente colpendo in prima persona.

Ho iniziato questa disciplina nel novembre 2009, all’età di 20 anni. Ero giovane, sbarbato, e il massimo che potevo permettermi erano i “cinesoni” della Golden Bow. Ai tempi, il softair per me era solo un semplice gioco, e come tutti i softgunner (o quasi tutti) contavo i giorni della settimana in attesa della domenica.

Tutto questo è andato bene fino al fatidico giorno in cui il mio corpo decise di non rispondere ai miei comandi e diventai cieco e incapace di muovere una gamba e un braccio. Mi diagnosticarono la sclerosi multipla e iniziai un lungo percorso terapeutico, che purtroppo non mi portò alla completa ripresa: ricominciai a camminare, seppur non benissimo, e rimasi quasi cieco da un occhio e debole da un braccio.

Il mio inserimento nel mondo del softair da quel momento è stato molto più difficoltoso: il club in cui giocavo ai tempi non era molto disposto a tenermi in queste condizioni e fui, come si suol dire, “accompagnato alla porta”. A quel punto decisi di rimanere fermo e abbandonare l’dea di giocare.

Passano gli anni e io mi riprendo molto lentamente, fino al 2018, quando un giorno, su consiglio di due ragazzi, faccio richiesta di entrare in un club che mi accoglie abbastanza bene, nonostante le mie condizioni, e inizialmente vengo anche rispettato, ma poi mi accorsi di essere solo il fenomeno da baraccone del momento: mi usavano come dimostrazione di chissà quale atto caritatevole facessero tenendomi in squadra, mentre alla fine ero solo compatito e mi si trattava da “diverso”.

Decisi di mollare di nuovo, convinto che questo sport e questo ambiente non erano adatti alle persone come me, che devono lottare anche solo per alzarsi dal letto la mattina. Una sera ricevetti una telefonata da un membro del direttivo di un club contro cui avevo giocato, gli Urban Cowboys di Milano, che mi diceva di sapere del mio ritiro dalla squadra e mi offrii un posto da loro. Io purtroppo sono e resto scottato dalle mie esperienze, ma loro si stanno dimostrando delle persone davvero corrette nei miei confronti: nonostante il mio handicap, i miei problemi di salute, mi trattano con rispetto e dignità. Quando gioco con loro non mi sento handicappato, nétanto meno diverso, anzi mi dimentico completamente dei miei limiti e passo delle domeniche piacevoli. Adesso ci aspetto una nuova stagione e sento che forse finalmente ho trovato una squadra dove posso sentirmi a mio agio e godere questo gioco come quando ero “normale”.

Purtroppo la discriminazione verso il diverso c’è e ci sarà sempre anche in questo gioco, e i primi a commetterla sono proprio quelli che ostentano frasi come “siamo una famiglia” o minchiate simili, perché quelli che davvero ci trattano (parlo al plurale per la categoria) con dignità e umiltà sono quelli che ci aiutano e ci accolgono come loro pari e quando ci guardano non vedono persone handicappate da aiutare, ma semplicemente compagni di squadra in difficoltà.

Rocket, Senago (Mi)

Nella foto d’apertura, in testa di pagina, Rocket (secondo da destra) insieme ad alcuni dei suoi attuali compagni di squadra. Qui sotto, l’emblema del club Urban Cowboys di Milano.

About The Author

è l'unica rivista mensile a diffusione nazionale interamente dedicata allo "sport del 21° secolo": il soft air, gioco di squadra che riunisce in sé le discipline del combattimento a fuoco simulato.

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