25 settembre, 2018

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Pro e contro il defibrillatore

Pro e contro il defibrillatore

Il 20 gennaio 2016, salvo proroghe dell’ultim’ora, scatterà l’obbligo per le società sportive dilettantistiche di dotarsi del DAE, come prescritto dal decreto Balduzzi. Analizziamo qui gli aspetti positivi e quelli negativi di questa legge controversa, che ha fatto – e ancora fa – discutere animatamente il mondo sportivo italiano.

di Fiorenzo Pesce*

A partire dal 20 gennaio 2016, salvo proroghe o smentite, per le società sportive dilettantistiche scatterà l’obbligo di disporre nella propria struttura di un defibrillatore semiautomatico – più propriamente defibrillatore automatico esterno (DAE), ovvero automated external defibrillator (ADE) – come stabilito dal controverso decreto Balduzzi. L’argomento è scabroso, e mi rendo conto che quanto mi accingo a scrivere potrebbe costituire spunto di polemica. Dato però che ho deciso di affrontare la questione in modo assolutamente “asettico”, cioè scevro da qualsiasi interesse mio personale o dell’organizzazione che rappresento, eviterò di prendere posizione a favore dell’una o dell’altra tesi, limitandomi a illustrare i pro e contro dell’obbligo in oggetto, cosicché ciascuno avrà modo di valutare liberamente ed eventualmente decidere ciò che riterrà più opportuno.

LE DISCIPLINE INTERESSATE
A rendere difficile l’interpretazione legislativa circa l’obbligatorietà della detenzione del defibrillatore in determinati luoghi e per alcune discipline, sono stati proprio i politici… i quali, sia detto per inciso, essendo nostri dipendenti a tutti gli effetti (profumatamente pagati con le nostre tasse), dovrebbero quanto meno renderci chiare le logiche su cui basano le loro imposizioni. Ritengo che, oltre a emanare le norme che disciplinano la materia defibrillatore (spesso discordanti l’una dall’altra), avrebbero dovuto avere il buon gusto di far pubblicare in allegato alla legge una lista precisa e articolata delle discipline sportive per le quali sussiste l’onere di adottare il DAE.

Una lista, per verità di cronaca, è stata redatta, ma grazie ai Protocolli COCIS (Società Italiana di Cardiologia dello Sport), stilati e diffusi congiuntamente dalle maggiori organizzazioni cardiologiche e di medicina sportiva italiane. Nel documento, si parte dalla categoria A, che riguarda le attività sportive non competitive con impegno cardiocircolatorio minimo-moderato, per finire con la categoria E, comprendente le discipline con impegno cardiocircolatorio elevato. Ebbene, in tutto questo elenco non compare il soft air. Che sia dimenticanza?… Sarà forse che gli estensori dell’elenco non conoscono il nostro gioco nonostante se ne parli spesso sui media (anche se a volte in tono negativo)?… O magari perché il Coni, non riconoscendo una specifica federazione nazionale del soft air, non considera questo gioco un’attività sportiva?… Oppure la questione è che, trattandosi essenzialmente di un gioco di ruolo praticato con regole variabili e senza una struttura normativa internazionale (e qui entrerebbe in causa il Cio, non più il Coni), non è possibile definire il soft air una disciplina sportiva?… E come mai è consentita l’iscrizione delle ASD che praticano soft air nel registro Coni, se poi lo stesso non riconosce questo gioco come sport? La risposta è semplice: il CONI riconosce come associazioni ai fini sportivi le ASD costituite in conformità all’art. 90 della legge 292 del 27/12/02 (e successive modifiche e integrazioni), ma non la disciplina stessa del soft air. Basta leggere il certificato rilasciato dal Coni attraverso gli enti di promozione sportiva per rendersene conto.

E allora, per venire al dunque, i club di soft air hanno o non hanno l’obbligo di disporre del defibrillatore? Per rispondere, occorre quanto meno chiedersi quale sia il livello di rischio cardiovascolare del nostro sport.

IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE
È bene innanzitutto sottolineare che, per ogni persona – ma soprattutto per i giovani – è molto importante il connotato preventivo di una visita medica generale, che assume, al di là degli aspetti meramente sportivi, un effettivo valore sociale di tutela della salute e di programmazione economico-sanitaria, soprattutto dopo l’abolizione della visita di leva e la sostanziale scomparsa della medicina scolastica. Non per niente, le visite sportive si sono automaticamente accreditate come il primo e più precoce screening medico nel nostro sistema sanitario nazionale.

L’impegno cardiaco può essere costante nel tempo, oppure intermittente, senza che ciò comporti particolari variazioni per quanto concerne il rischio cardiovascolare legato al tipo di sforzo richiesto dall’attività sportiva praticata: sforzi brevi, a brusco inizio e/o termine, purché sufficientemente intensi, possono avere maggiore potenzialità aritmogena rispetto a sforzi anche massimali, ma iniziati e terminati in modo graduale; analogamente, l’arresto brusco dopo sforzi di elevata intensità è molto più critico dal punto di vista emodinamico e aritmico che non qualsiasi altra condizione propria dell’attività. In aggiunta, attività caratterizzate da un aumento moderato della frequenza cardiaca, accoppiato a marcate elevazioni della pressione arteriosa, possono risultare dannose nelle patologie vascolari.

Negli sport a prevalente impegno neurosensoriale, lo sforzo cardiaco può apparire modesto dal punto di vista emodinamico, mentre invece è notevole da quello della sollecitazione neuro-ormonale, soprattutto adrenergica, anche se quest’ultima, da sola, forse non è sufficiente a determinare un rischio cardiaco reale, se non in casi eccezionali.

Un aumento del rischio si ha quando vengono impiegati gli arti superiori rispetto a quelli inferiori.

Un altro aspetto non trascurabile nella defi-nizione del rischio cardiovascolare è rappresentato dal cosiddetto “rischio intrinseco”, proprio di talune attività che di norma si svolgono in ambienti sfavorevoli.

In termini probabilistici, poi, il rischio cardiovascolare aumenta nelle attività di contatto, nelle quali possono verificarsi traumi contusivi toracici o violente stimolazioni cardiache riflesse.

La possibilità per il softgunner di trovarsi in una delle situazioni descritte sopra dipende molto dal tipo di gioco che si pratica e dalla durata dei game. La riduzione del rischio può essere perseguita attraverso una corretta prevenzione sanitaria (visite mediche) e lo svolgimento di un’attività motoria leggera.

L’arresto cardiaco improvviso è causato da un’imprevista incapacità del cuore di pompare il sangue al cervello e in tutto il corpo in maniera efficace. In genere, è la conseguenza di aritmie potenzialmente mortali, ovvero anomalie del sistema elettrico cardiaco. La vittima, come prima cosa, perde il polso e in seguito entra in stato d’incoscienza, infine perde la funzione respiratoria. Tutto questo avviene rapidamente, nel giro di pochi secondi. Senza un intervento immediato, il 90/95 per cento delle vittime muore. L’unico trattamento salvavita per l’arresto cardiaco improvviso è la defibrillazione precoce: una corrente elettrica che “scuote” il cuore in modo tale da fargli riprendere un ritmo normale. Questa “scossa” dev’essere erogata entro pochi minuti dall’episodio, in modo da prevenire il decesso.

ULTERIORI CONSIDERAZIONI
E allora, per tornare alla domanda iniziale: defibrillatore sì o defibrillatore no? Portate pazienza, ma occorre procedere a qualche ulteriore considerazione.

Tenendo presente che, nei protocolli sanitari, il soft air non è specificatamente indicato e che possiamo approssimativamente assimilarlo agli sport di tiro (gruppo A, basso rischio) o all’orienteering (gruppo D2, ex E, alto rischio), è chiaro che tutto dipende dal tipo di attività che l’associazione svolge.

Paradossalmente, sono le stesse assurdità della norma a fornirci qualche orientamento.

LE ASSURDITÀ DELLA NORMA
• Le discipline del golf e delle bocce sono escluse dall’obbligatorietà. Dato però che in genere l’arresto cardiaco si manifesta indipendentemente dal tipo di attività praticata ed è invece legato alle condizioni fisiche dell’atleta (che comprendono anche l’età), rischia di più un sessantenne su di un campo di golf sotto il solleone che un trentenne che gioca a calcio nel tardo pomeriggio con gli amici.

• Se manca una specifica competenza tecnica e prestanza fisica delle persone atte al suo impiego, il defibrillatore da solo non serve. Un’adeguato addestramento alla pratica del massaggio cardiaco è fondamentale per assicurare la sopravvivenza dell’infortunato, ma nel decreto si dedica solo una riga al tema della formazione. Di più: senza l’ausilio di almeno tre operatori – di cui due forzuti che si alternino costantemente e per tutto il tempo necessario nel corretto massaggio cardiaco e uno che si attivi immediatamente per le chiamate d’emergenza – per il malcapitato non vi sono molte speranze di sopravvivenza. Piuttosto che rendere obbligatorio il defibrillatore, quindi, riterrei necessario fare cultura sul massaggio cardiaco fin dalle scuole.

Si consideri, poi, che l’impiego di questo aggeggio è assoggettato al superamento di uno specifico corso tenuto dai soliti noti, quasi sempre (ovviamente) a pagamento. Ne consegue che una gracile volontaria che abbia superato il corso, anche se fisicamente priva della forza necessaria a praticare il massaggio cardiaco, sia abilitata all’utilizzo del DAE, mentre non lo è il volontario che, pur forzuto e in possesso di adeguate competenze proprie, sia privo di attestato abilitativo.

• Senza la possibilità di trasportare in tempi brevi l’infortunato in un centro ospedaliero, l’utilizzo del defibrillatore, anche in presenza di personale opportunamente preparato, non aumenta significativamente le probabilità di sopravvivenza.

• Se si desidera davvero che un prodotto o un servizio venga utilizzato dal pubblico, bisogna facilitarne l’accesso e semplificarne l’utilizzo. È un controsenso imporre l’acquisto del DAE e poi lasciare il tutto in mano ai soliti speculatori, evitando di liberalizzare il mercato della formazione, cosa che invece favorirebbe la diffusione del dispositivo.

• Passate esperienze in federazioni sportive che omologavano attrezzature di una certa marca preferendole ad altre di maggior qualità m’inducono a pensare che la sicurezza e la salute degli atleti non siano ai primi posti tra i pensieri di molti dirigenti.

ALTRE PROSPETTIVE
Le statistiche dicono che in Italia la media dei decessi per arresto cardiaco varia dai 65 mila ai 70 mila casi annui e che quasi il 65 per cento di tali eventi potrebbe non verificarsi se fosse possibile l’immediato impiego di un defibrillatore e di personale adeguatamente addestrato. Dubito fortemente che questi 65-70 mila decessi avvengano esclusivamente in ambito sportivo (se così fosse, nessuno praticherebbe più una qualsiasi attività sportiva), mentre sono convinto che interessino tutti i contesti della vita quotidiana, da quelli lavorativi a quelli domestici. Alla luce di ciò, sarebbe logico che a dotarsi di defibrillatore e relativo personale operativo fossero tutte le strutture in cui le persone si riuniscono: chiese, hotel, ristoranti, piccoli centri commerciali (forse quelli grandi già ne dispongono, al pari degli aeroporti o delle stazioni ferroviarie), farmacie, istituti scolastici, treni, aerei eccetera.

Insomma, la questione non deve interessare, nel bene e nel male, solo una categoria di utenti – appunto quella degli sportivi – ma il più ampio contesto della vita pubblica, coinvolgendo i cittadini attraverso programmi educativi e divulgativi finalizzati alla diffusione di una vera cultura della sicurezza.

Il legislatore, a mio avviso, prima di emanare le norme in oggetto al presente articolo, avrebbe dovuto farsi consigliare meglio e non agire sull’onda dell’emotività popolare e della risonanza mediatica scatenante dalla morte improvvisa di uno sfortunato calciatore sul campo di gioco.

Sarebbe opportuno, quindi, che in ogni angolo del territorio nazionale, e in qualsiasi momento, fosse disponibile personale preparato, provvisto di defibrillatori adeguati, similmente a quanto prescrivono, nei rispettivi ambiti, le norme di sicurezza sul lavoro e il codice stradale. Tutto ciò ha enormi implicazioni sociali e culturali, e non può essere un decreto, peraltro farraginoso e riservato a pochi, lo strumento giusto per affrontare una tematica così complessa.

Si dice giustamente che la vita umana non ha prezzo. Se comunque un prezzo va pagato per la sua salvaguardia, bisogna che sia la comunità a farsene carico; il costo del defibrillatore non può costituire un deterrente per la tutela della salute e della sicurezza dei cittadini.

IO CE L’HO
Tempo fa, trovandomi a dichiarare pubblicamente le mie riserve circa l’utilità del defibrillatore nelle condizioni in cui attualmente opera la media dei club di soft air italiani, mi fu chiesto come mi sarei comportato nei panni del presidente di un’ASD praticante il nostro gioco. «Farebbe spendere questi soldi ai suoi ragazzi?», fu la domanda. Ebbene, risposi che non è la pratica del soft air – per la quale ritengo inapplicabile la norma – che mi spingerebbe all’acquisto del DAE, ma la convinzione che ogni vita umana abbia un valore incalcolabile e nessuna cifra possa indurre alla sua rinuncia. «Allora lei lo acquisterà?», fu la domanda successiva. «No, non lo acquisterò», risposi. «Perché ne sono già dotato».

* Presidente nazionale CNSF.

VALUTAZIONI A FAVORE
Può salvare una vita durante un game.
Può essere utilizzato in qualsiasi momento anche fuori dall’ambito del soft air.
Contribuisce alla crescita di una cultura sociale.
È un modo per accreditare l’immagine del soft air come sport facendo comprendere ai cittadini che i softgunner non sono degli “alieni guerrafondai”.
La sua adozione consente di superare finalmente una questione dibattuta e incerta.

VALUTAZIONI CONTRO
Il suo impiego è alquanto improbabile in alcune aree di gioco.
Il soft air è un gioco e non uno sport, pertanto non rientra nel decreto Balduzzi.
Il costo e la formazione costituiscono un peso per le piccole associazioni.
È difficile individuare l’addetto che si assuma l’onere formativo.
A differenza delle comuni associazioni sportive, i club di soft air si costituiscono e si smembrano con estrema facilità e frequenza, quindi vi è il rischio per i soci d’investire nella formazione di personale che poi cambia società o ne costituisce un’altra, facendo gravare i costi formativi solo sull’Asd originaria.

GAS_Defibrillatore

 

 

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è l'unica rivista mensile a diffusione nazionale interamente dedicata allo "sport del 21° secolo": il soft air, gioco di squadra che riunisce in sé le discipline del combattimento a fuoco simulato.

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